Due mura — Cesare III: Le Idi di marzo
Ventitré colpi. Tante volte il pugnale colpirà un uomo che non ha perso nessuna guerra. Ma prima che accada, quest’uomo deve vincere tutto. Cominciamo da un assedio che per poco non lo seppellì.
Anno 52 a.C., Gallia centrale. Cesare ha quarantotto anni e da sei anni conquista un paese che fino a poco prima non conosceva. Sai già come cominciò: con un galoppo fino al Rodano. Poi andò come una valanga. I Germani di Ariovisto. I Belgi. I Nervi, che per poco non sterminarono il suo esercito. Un ponte sul Reno costruito in dieci giorni. Due spedizioni in Britannia, ai confini del mondo conosciuto.
Plutarco riassume questi anni in blocco: oltre ottocento città conquistate, trecento popoli sottomessi, tre milioni di nemici affrontati in battaglia, un milione di morti. Simili cifre si ripetevano a Roma con ammirazione e certamente sono esagerate. L’oro della Gallia, invece, è vero. Affluisce a Roma e compra gli uomini: tribuni, consoli, perfino la costruzione di una basilica nel Foro. Plutarco lo riassume in una frase: Cesare batteva i nemici con le mani dei cittadini, e i cittadini li comprava con il denaro dei nemici.
Nel 52 tutto comincia a crollare. I Galli, che fino ad allora litigavano tra loro, scelgono un solo capo, Vercingetorige della tribù degli Arverni. Plutarco aggiunge una curiosità: suo padre fu ucciso dai connazionali, perché lo ritenevano aspirante alla tirannide. Cesare colpisce nel pieno dell’inverno, per strade che sembravano impraticabili. Non tutto gli riesce. Svetonio ammette che a Gergovia una delle sue legioni fu sconfitta. E gli Arverni appendono in un tempio una spada corta che, dicono, avevano preso a Cesare. Quando anni dopo Cesare la vide, sorrise e non permise di toglierla, perché la considerava sacra.
Ora Vercingetorige si ritira ad Alesia, una cittadella su un colle nel cuore della Gallia. Secondo Plutarco vi si rifugiano centosettantamila suoi guerrieri. Cesare cinge il colle d’assedio. E allora arriva ciò che Plutarco chiama un pericolo che non si può descrivere: da tutta la Gallia avanza un esercito di soccorso, trecentomila uomini. Le cifre sono di Plutarco, e gli autori antichi amavano le migliaia tonde. Importa altro. Davanti a Cesare c’è una città piena di guerrieri, alle sue spalle un secondo esercito, e i suoi legionari sono nel mezzo.
Ad Alesia Cesare è assediante e assediato allo stesso tempo. Due mura, due fronti, un solo comandante. Per Plutarco è un episodio celebre: nessun altro combattimento di Cesare offrì tante prove di intelligenza e di coraggio. A stupirlo più di tutto è però un’altra cosa. Cesare sbaragliò decine di migliaia di uomini dell’esercito di soccorso in modo tale che non lo sapessero né quelli in città, né gli stessi romani che sorvegliavano il muro dalla parte della città.
Questi seppero della vittoria soltanto dai lamenti delle donne e degli uomini di Alesia. Videro i soldati romani portare nel campo scudi dorati e argentati, corazze insanguinate, coppe e tende galliche. Il grande esercito, scrive Plutarco, si dissolse come un fantasma o un sogno.
Velleio Patercolo, che scriveva circa ottant’anni dopo, la giudica più brevemente: ciò che fece ad Alesia un uomo comune avrebbe a stento osato tentarlo, e forse soltanto un dio avrebbe potuto portarlo a termine.
Rimase seduto così finché non lo portarono in prigione. Cesare lo conservò per il suo trionfo. È la fine della guerra in Gallia. Non la fine delle sue conseguenze. Dopo questi anni Cesare è un uomo che non si può rimandare a casa: ha un esercito fedele soltanto a lui, ha l’oro e ha la gloria. A Roma è rimasto un solo uomo che potrebbe misurarsi con lui. E quest’uomo comincia proprio ora ad avere paura.