Cinquanta talenti — Cesare I: Cinquanta talenti

Per un semplice legionario è una somma che vale oltre duemila anni di paga. I pirati guardano il giovane prigioniero come un pazzo, perché nessuno ha mai tirato sul prezzo al rialzo. E lui aggiunge qualcosa che prendono per uno scherzo: quando sarà libero, tornerà, li prenderà e li farà crocifiggere. Tutti. Scoppiano a ridere. Pensano di avere tra le mani un giovanotto viziato che non capisce la propria situazione.

Si sbagliano su entrambi i punti. Quest’uomo mantiene le promesse e ricco non è. Si chiama Gaio Giulio Cesare. Tra trent’anni tutto il mondo romano lo temerà e il suo cognome diventerà la parola per dire sovrano: in tedesco Kaiser, in russo zar, in polacco cesarz. Lui stesso non sarà mai imperatore. Il titolo lo prenderanno dopo di lui i suoi successori.

Nell’inverno del 75 a.C. circa naviga verso Rodi, dal più famoso maestro di eloquenza del mondo. Ha venticinque anni, qualche servitore, un medico e un’opinione altissima di sé.

Chi sono i suoi rapitori? Sono pirati della Cilicia, sulla costa meridionale dell’Asia Minore, e in quegli anni sono la forza più temibile del Mediterraneo. Rapiscono mercanti e talvolta perfino magistrati romani, perché con gli uomini guadagnano più che con le merci.

Roma per molto tempo chiude un occhio. I pirati riforniscono di schiavi il mercato di Delo, dove secondo Strabone in un solo giorno se ne accoglievano e se ne spedivano diecimila, e ai senatori gli schiavi servono. Le cose si mettono male quando a essere rapiti cominciano a essere i senatori. Qualche anno dopo i pirati avranno, come scrive Plutarco, mille navi e quattrocento città conquistate.

Come lo sappiamo? Da scritti composti molto tempo dopo i fatti. Cesare stesso non ci ha lasciato questa storia: nei suoi resoconti ci sono la guerra in Gallia e la guerra civile, non la giovinezza. Una delle menzioni più antiche è quella di Velleio Patercolo, circa cent’anni dopo. Il racconto completo, con il riscatto, le battute e le croci, lo mettono per iscritto solo Plutarco e Svetonio, quasi due secoli più tardi.

Dobbiamo credere loro? Del rapimento in sé, del riscatto e della vendetta sui pirati gli storici non dubitano, perché ne parlano diversi autori. I dialoghi e le battute sono invece materia di racconto e possono essere stati abbelliti. È incerta perfino la data: il rapimento si colloca nel 75 o nel 74, perché gli autori lo situano in modo diverso nel tempo: Svetonio descrive la traversata verso Rodi dopo il processo a Dolabella, Plutarco il viaggio di ritorno dalla Bitinia.

Come leggere fonti di questo tipo? I biografi antichi adoravano le scene che mostrano subito il carattere del protagonista. Il racconto dei pirati che prendono una minaccia per uno scherzo e poi muoiono in croce è fatto apposta. Per questo lo accogliamo con gratitudine e con sospetto allo stesso tempo. Questa avvertenza tornerà ancora spesso in questo episodio.

Ma da dove viene, in un venticinquenne che non ha altro che un nome, tanta sfrontatezza? Torniamo indietro di venticinque anni, in un quartiere angusto dove è cominciata questa vita.

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