Il ragazzo della Suburra — Cesare I: Cinquanta talenti

Roma, luglio del 100 a. C.

Roma, luglio del 100 a.C. Nasce un bambino. Svetonio scrisse che Cesare abitò nella Suburra, in una casa modesta, fino a quando fu eletto pontefice massimo. È un quartiere in una valle tra i colli: case strette, puzzo di conce, grida di venditori, osterie e incendi ogni pochi anni. Non è qui che vivono gli uomini che governano Roma.

Eppure la famiglia del bambino si ritiene migliore di tutte le altre. I Giulii sono patrizi, una delle casate più antiche della città. Dicono di discendere da Iulo, figlio di Enea, e attraverso di lui dalla dea Venere in persona. Il problema è che il ramo dei Cesari non ha né denaro né influenza. Consoli erano stati parenti del padre, ma lui si fermò alla pretura e al governo dell’Asia. Il ragazzo eredita un nome che apre le porte e tasche che le tengono chiuse.

A quindici anni il padre muore all’improvviso a Pisa. Plinio il Vecchio scrisse che fu al mattino, mentre si metteva le scarpe. Un quindicenne diventa capofamiglia. Lo cresce la madre, Aurelia, della famiglia dei Cotta: saggia, severa e ottimamente introdotta. I suoi fratelli, i Cotta, saranno consoli nel 75, nel 74 e nel 65. Tacito la pone accanto alla madre dei Gracchi come modello di donna che plasma da sé i propri figli. Fino alla fine della vita sarà la sua più stretta consigliera.

Dell’infanzia di Cesare sappiamo poco. Svetonio, nel libro sui grammatici, ricorda uno dei suoi maestri: Marco Antonio Gnifone, un liberto nato in Gallia. Il ragazzo che un giorno conquisterà la Gallia impara a leggere da un Gallo.

Il ragazzo ha ancora un’altra carta da giocare: una zia. Giulia, sorella del padre, è la moglie di Gaio Mario, console per sette volte, che un anno prima della nascita del nipote della moglie aveva sbaragliato i Cimbri. Per i Romani comuni Mario è un idolo, un uomo di provincia arrivato in cima. Per le vecchie famiglie senatorie è un villano e un pericoloso populista. Questo legame aprirà le porte al ragazzo. E quasi lo ucciderà.

La Roma di quegli anni è una repubblica che marcisce dall’interno. Formalmente governano il senato e due consoli eletti ogni anno. In pratica vince chi ha denaro, folla ed esercito, e i generali scoprono che i soldati sono fedeli a loro, non allo Stato.

In gran parte fu opera dello stesso Mario. Quasi vent’anni prima aveva ammesso nelle legioni cittadini senza terra, per i quali l’esercito era l’unico mestiere e, dopo il servizio, l’unica speranza di un podere. Un soldato così non è fedele allo Stato, ma al comandante che gli otterrà la terra.

Tutto si decide nell’88, quando il ragazzo ha dodici anni. Secondo Appiano quasi tutti gli ufficiali di Silla rifiutano di partecipare alla marcia contro la propria città, e così vanno soltanto i soldati a cui sono stati promessi bottini dall’Oriente. Le teste degli uccisi vengono poi esposte sui rostri del Foro, e tra le vittime ci sono due Giulii Cesari di un altro ramo della casata. Guarda come appare questa rete dal punto di vista del ragazzo.

Due scelte del giovane Cesare non sono entrate nel film. La prima riguarda il denaro: rompe il fidanzamento con Cossuzia, ricca ragazza di famiglia equestre, che gli era stato combinato fin dall’infanzia. La seconda riguarda il potere: sceglie la casata che governa Roma. La data esatta delle nozze le fonti non la danno, perciò parliamo con prudenza: circa l’84.

C’è ancora un altro filo, forse il più spesso. Da ragazzo Cesare fu designato flamine di Giove, sacerdote del più alto degli dèi. È un onore, ma anche una gabbia. Secondo gli eruditi romani, come Aulo Gellio, al flamine non era permesso montare a cavallo, prestare giuramento e nemmeno vedere l’esercito schierato fuori dalle mura della città. Non poteva neppure divorziare: il suo matrimonio si celebrava con il rito più antico e solo la morte lo scioglieva.

Per chi un giorno sognerà di comandare le legioni, è una condanna. Cesare non sa ancora quali sogni avrà. Sa però da che parte sta: è il marito della figlia di Cinna, parente di Mario e sacerdote designato dai suoi uomini. Prima ancora di aver fatto qualsiasi cosa, è già su una lista sbagliata.

Silla è già in marcia, e la sua lista di nemici si allunga a ogni città che si arrende.

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