Il consolato di Giulio e Cesare — Cesare II: Roma a credito

Roma, anno 59 a. C.

Roma, anno 59 a.C., giorno del voto sulla legge agraria. Il Foro è pieno di gente, molti sono veterani. Tra la folla entra il console Marco Bibulo, lo stesso che un tempo aveva diviso con Cesare l’organizzazione dei giochi e che ora vuole bloccare la legge del collega. All’improvviso qualcuno tra la folla solleva un grande cesto.

Ci sono dei feriti, tra cui i tribuni che stavano accanto al console. Bibulo, come scrive Appiano, offre la nuca e grida di colpirlo: se non può convincere Cesare all’onestà, la sua morte sarà l’infamia di Cesare. Gli amici lo tirano fuori dalla folla contro la sua volontà. Come si è arrivati a questo? Torniamo indietro di un anno.

Nell’estate del 60 Cesare fa una cosa che sembrava impossibile. Riconcilia i due più grandi uomini di Roma, che non si sopportavano dai tempi del consolato comune: Pompeo e Crasso. L’accordo non ha forma giuridica. Svetonio ne annota il senso: nello Stato non si può fare nulla contro la volontà di uno qualsiasi dei tre. Secondo Appiano il dotto Varrone lo chiamò «mostro a tre teste». Gli storici sceglieranno poi il nome di «primo triumvirato».

Plutarco coglie un’amara ironia: non fu l’ostilità tra Cesare e Pompeo a scatenare le guerre civili, ma la loro amicizia. Prima insieme abbatterono l’aristocrazia, e soltanto dopo litigarono tra loro.

Cesare diventa console insieme a Bibulo, candidato degli ottimati. Svetonio afferma che per la campagna di Bibulo gli aristocratici facevano collette, e che perfino Catone, che disprezzava le tangenti, ammise che in quella situazione la corruzione serviva allo Stato. Cesare presenta la legge agraria, che deve dare la terra ai veterani di Pompeo e ai cittadini con tre figli. Il senato la blocca. Cesare allora la porta direttamente al popolo. Il resto lo sai: si arrivò al cesto.

Quello che fa dopo viene talvolta sottovalutato. Il primo provvedimento di Cesare è l’ordine di mettere per iscritto ogni giorno e di rendere pubbliche le sedute del senato e delle assemblee popolari. Oggi lo chiameremmo trasparenza. Cesare sa fin dai primi giorni che l’opinione è un’arma. Le elezioni del resto non gli furono facili: secondo Svetonio unì le forze al ricco Lucceio, che avrebbe promesso agli elettori denaro di tasca propria, finché gli aristocratici si spaventarono e diedero a Bibulo denaro proprio.

Bibulo si chiude in casa fino alla fine dell’anno. Dichiara di osservare il cielo in cerca di cattivi segni, il che secondo il diritto sacro dovrebbe sospendere le assemblee. Cesare lo ignora. I buontemponi romani datano gli atti «sotto il consolato di Giulio e Cesare», come se l’altro console non esistesse. Svetonio riporta un versetto: nell’anno di Cesare, non di Bibulo, è successo qualcosa; sotto il consolato di Bibulo non ricordo alcuna impresa.

L’accordo va sigillato. Cesare ha una cosa preziosa: la figlia Giulia. È fidanzata con Servilio Cepione, ma non importa. Giulia sposa Pompeo, più anziano di lei di circa trent’anni. A Cepione Cesare promette la figlia di Pompeo. Questo matrimonio si rivelerà più solido di quanto chiunque si aspettasse.

Cesare stesso sposa Calpurnia, figlia di Pisone, che fa eleggere console per l’anno successivo. Catone tuona in senato che lo Stato diventa un’agenzia matrimoniale e che il potere si distribuisce attraverso i matrimoni. Quando Catone tira in lungo la seduta, Cesare ordina a un littore di portarlo fuori dall’aula e in prigione, ma sottovoce chiede a un tribuno di liberarlo, perché il popolo segue Catone in silenzio (Svetonio, Plutarco). Alle sedute di Cesare viene ormai soltanto un pugno di senatori.

In compenso si fa degli amici altrove. I cavalieri che appaltano le imposte in Asia chiedono da tempo al senato di ridurre i loro obblighi verso lo Stato, e il senato rimanda sempre la questione. Cesare, che dal senato non vuole nulla, li libera di un terzo del debito. Secondo Appiano i cavalieri per questo lo portano alle stelle. In questo modo si assicura il sostegno di un ceto influente, ricco e riconoscente.

La cosa più importante è il premio per sé. Il consolato dura un anno, poi Cesare sarà un semplice cittadino, e i nemici stanno già preparando le accuse di violazione della legge. La salvezza è una sola: una carica con l’esercito. Il senato cerca di liquidarlo assegnando ai futuri consoli province che Svetonio chiama boschi e pascoli. Ma il tribuno Vatinio fa approvare dal popolo una legge in forza della quale Cesare ottiene la Gallia Cisalpina e l’Illiria. Il senato, temendo che il popolo gli dia anche il resto, aggiunge la Gallia Transalpina.

Marzo del 58 a.C. Il consolato di Cesare è giunto al termine, ma lui non ha ancora lasciato Roma. Clodio, che con il suo aiuto è diventato tribuno della plebe, se la prende con Cicerone. Lo accusa di aver ucciso senza processo i congiurati di Catilina. Cicerone, che tante volte aveva difeso le cause altrui, perde la testa: va per le strade con una veste sporca e supplica i passanti, finché alla fine parte per l’esilio. Clodio fa radere al suolo la sua casa.

Quando Cicerone lascia la città, Cesare ha già un altro problema. Dal nord arriva una notizia.

Il primo ordine che Cesare dà in Gallia suona: distruggere il ponte di Ginevra. Ha lì una sola legione, e il resto dell’esercito è lontano. Secondo il censimento che Cesare trovò nell’accampamento degli Elvezi, con gli alleati erano trecentosessantottomila. Plutarco ne indica trecentomila, di cui centonovantamila in grado di combattere. Gli storici considerano entrambe le cifre fortemente esagerate. Cesare scriveva della propria guerra e gli premeva la grandezza del nemico.

Cesare ha quasi quarantadue anni. Alessandro a quell’età giaceva nella tomba da dieci anni. Cesare non ha ancora vinto nessuna grande battaglia. Alle spalle lascia debiti, dicerie e nemici che aspettano che perda la carica. Davanti a sé ha il ponte sul Rodano, centinaia di migliaia di persone in cammino e una Gallia che Roma non ha mai conquistato. Ricordi Gades? Ora Cesare ha l’occasione che sognava lì.

Prima di seguirlo, rimetti in ordine la strada che ha percorso dall’elogio funebre della zia al ponte sul Rodano.

Tra nove anni si fermerà davanti a un fiumiciattolo più piccolo del Rodano, e quel fiume cambierà tutto. Tra quattordici anni morirà nella sala delle sedute presso il Teatro di Pompeo. In mezzo lo attendono Alesia, la guerra con l’antico genero, Cleopatra e la dittatura. Davanti a sé non ha pirati, ma l’intero mondo romano. Ma questo è già Cesare III.

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