L’isola sul fiume — Ottaviano, Antonio e Cleopatra: la guerra per il mondo

Tre giorni, una piccola isola in mezzo a un fiume, tre uomini. Si spartiscono il mondo come un’eredità di famiglia, scrive Plutarco. Sono d’accordo su quasi tutto. Discutono soltanto su una cosa: chi uccidere.

Come si è arrivati a questo? Prima c’è la guerra di Modena: Antonio vi assedia Decimo Bruto, e Ottaviano gli si schiera contro. Antonio perde, ma muoiono entrambi i consoli: Irzio in battaglia, Pansa pochi giorni dopo per una ferita. A Roma corre subito la voce che sia stato Ottaviano a sbarazzarsene. Svetonio racconta che per la morte di Pansa fu arrestato perfino il medico Glicone, accusato di aver avvelenato la ferita.

Ottaviano resta senza consoli, ma con un esercito. Non ha ancora vent’anni quando pretende per sé il consolato. Quando il senato esita, il suo centurione, secondo Svetonio, mostra l’elsa della spada e dice in Curia che quella spada lo farà console, se non lo farà il senato. Ottaviano diventa console.

Ed ecco la svolta. Plutarco annota che smise di fidarsi di Cicerone, perché vedeva che era devoto alla libertà. Manda amici da Antonio con una proposta di accordo. I vecchi nemici si incontrano su un’isola vicino a un fiume. Il terzo è Lepido.

Il governo dei tre è, come scrive Plutarco, odiato dai Romani. Quello che raccoglie più odio è Antonio: è più anziano di Ottaviano, più forte di Lepido e torna alla vecchia vita di piaceri. A ciò si aggiunge la casa: si è stabilito nella casa di Pompeo Magno, uomo noto per la sua moderazione, e la gente non gli perdona di far baldoria tra quelle mura (Plutarco, Antonio 21).

Ora sei davanti alla lista dei condannati. Antonio ci vuole Cicerone, che contro di lui ha pronunciato tante orazioni. Cicerone ti ha appoggiato quando nessuno ancora ti conosceva. Che cosa fai?

Plutarco descrive il mercanteggiamento. Ottaviano consegna Cicerone ad Antonio, Antonio consegna lo zio Lucio Cesare, e Lepido permette di uccidere il proprio fratello Paolo. Secondo Plutarco nulla fu più crudele di quello scambio: omicidio contro omicidio, e a subire il torto maggiore furono gli amici, uccisi senza un’ombra di odio. Lucio, del resto, fu salvato dalla sorella, madre di Antonio.

E Ottaviano? Svetonio scrive che all’inizio si opponeva alle proscrizioni, ma una volta cominciate le condusse con più durezza dei colleghi. Non voleva risparmiare nessuno. Aggiunse alla lista perfino il proprio tutore, Gaio Toranio.

Secondo Appiano, nelle liste dei condannati finirono circa trecento senatori e circa duemila cavalieri. Alcuni vi furono iscritti non per la politica, ma per una bella villa o per un patrimonio che qualcuno voleva ottenere. Conosci tutto questo dai tempi di Silla: tavole nel Foro, taglie sulle teste, patrimoni confiscati a vantaggio dei vincitori. Allora il giovane Cesare evitò la lista per miracolo. Ora a compilarla è il suo erede.

Cicerone finisce nella lista. Antonio ordina di tagliargli la testa e la mano destra, quella con cui scriveva le orazioni contro di lui. Plutarco annota che, quando gliele portarono, le fissò a lungo e rise di gioia. Poi le fece esporre sui rostri nel Foro, proprio dove Cicerone parlava.

Roma ha ora tre padroni e nessuna libertà. Ma gli assassini di Cesare sono vivi e hanno un esercito al di là del mare. Antonio e Ottaviano attraversano l’Adriatico.

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