La nube a forma di pino — Tito: la nube a forma di pino
Le galee si staccano dalla riva. Fermiamo questa immagine, perché qualcuno la sta guardando. Nella casa di Miseno resta un ragazzo di diciassette anni. Lo zio gli aveva proposto di venire con lui. Il ragazzo preferì restare al lavoro che lo zio stesso gli aveva assegnato (Plinio, Lettere 6.16).
Un quarto di secolo dopo, quel ragazzo, Plinio il Giovane, è senatore ed ex console. Un amico gli chiede una descrizione precisa di quei giorni. Plinio scrive due lettere. È l’unica testimonianza oculare che ci sia giunta. Avverte che racconta ciò che vide lui stesso o udì subito dopo, «quando i resoconti sono più veritieri». E aggiunge: una lettera è una cosa diversa dalla storia (Lettere 6.16, traduzione nostra).
L’amico si chiama Tacito. Nella prima pagina delle sue «Storie» annuncia gli anni in cui «sulla costa più fertile della Campania le città furono inghiottite o sepolte» (Storie 1.2, traduzione nostra). Quella parte della sua opera è andata perduta. Restano le lettere del ragazzo di Miseno.
Quell’estate Roma ha un nuovo imperatore. Da giugno governa Tito, figlio di Vespasiano, conquistatore di Gerusalemme. Ha trentanove anni. L’ammiraglio che ora naviga verso la nube gli ha dedicato la sua opera più grande. E Roma, invece di rallegrarsi, ha paura del nuovo imperatore.
Perché Roma aveva paura di Tito?