Molti Marii — Cesare I: Cinquanta talenti
Roma, fine dell’82 a. C.
Roma, fine dell’82 a.C. Nel Foro è appesa una tavola bianca su cui ogni giorno si aggiungono nuovi nomi. Chiunque sia in elenco può essere ucciso per strada, e l’assassino riceve una ricompensa e parte dei beni della vittima. I figli dei condannati non possono ricoprire cariche. Sono le proscrizioni di Silla.
Silla ha vinto la seconda guerra civile ed è diventato dittatore. Mario è morto da quattro anni, ma questo non lo protegge dalla vendetta: secondo Cicerone Silla fa gettare le sue ceneri nel fiume Aniene. Ora presenta il conto agli uomini di Mario. Muoiono centinaia di persone, forse migliaia. Alcuni finiscono in elenco non per la politica, ma per una bella villa.
Plutarco ricorda un uomo che lesse sulla tavola il proprio nome e gridò che a perderlo era stata la sua villa presso Alba. Pochi passi più in là qualcuno lo uccise.
La dittatura di Silla non è quella che Roma conosceva. In passato il dittatore veniva eletto per sei mesi, per condurre lo Stato fuori da una crisi. Silla ha un potere senza scadenza, e i suoi decreti non si possono impugnare. Cesare se lo ricorderà quando un giorno sarà lui stesso dittatore.
Il diciottenne Cesare ha doppia sfortuna: Mario era marito di sua zia, e Cinna era suo suocero. Silla però non uccide tutti. A volte basta l’umiltà. Da Cesare pretende una cosa semplice: divorzia da Cornelia, figlia di Cinna. Il giovane Pompeo, prediletto del dittatore, aveva divorziato per un ordine simile e aveva sposato la figliastra di Silla. Gli amici dicono a Cesare: è soltanto un matrimonio politico, accetta e vivi.
Il prezzo del rifiuto arriva subito. Cesare perde la dote di Cornelia e l’eredità di famiglia, e con esse il sacerdozio di flamine. Poi deve fuggire. Si nasconde sui monti dei Sabini, a nord-est di Roma, scosso dalla quartana, una febbre che oggi chiameremmo malaria. Secondo Svetonio cambia nascondiglio quasi ogni notte. Alla fine cade nelle mani degli uomini di Silla. Il loro comandante, un certo Cornelio, lo lascia andare in cambio di una tangente. La somma, due talenti, la riporta soltanto Plutarco.
Perché Cesare rifiutò? Le fonti non rispondono e gli storici tirano a indovinare. Forse per affetto verso Cornelia, da cui avrebbe poi avuto la figlia Giulia. Forse per orgoglio. Forse per un freddo calcolo: chi cede una volta al dittatore cederà sempre. Svetonio dice soltanto che in nessun modo si riuscì a costringerlo.
Intanto a Roma si muove la madre. La famiglia degli Aurelii ha influenza presso gli uomini del dittatore. Per Cesare intercedono i parenti della madre, Aurelio Cotta e Mamerco Emilio, e perfino le vestali, alle cui richieste non è bene opporsi. Silla resiste a lungo, alla fine cede. Ma pronuncia una frase che passerà alla storia.
Silla lo disse davvero? Entrambi gli autori misero per iscritto quelle parole circa due secoli dopo, e le profezie è facile aggiungerle quando si conosce il finale. Svetonio riporta del resto un secondo ammonimento di Silla: state in guardia da quel ragazzo dalla cintura slacciata (45). È possibile che entrambi siano nati a cose fatte. Ma qualcosa di vero c’è: Silla vede un uomo che ha detto no al dittatore, mentre gli altri si piegavano. Uno così non si compra con la paura.
Per ogni evenienza Cesare lascia l’Italia e presta servizio militare nella provincia d’Asia, sotto Marco Termo, e poi in Cilicia. Nell’80 a.C., durante l’assalto a Mitilene, a Lesbo, salva la vita a un soldato romano e riceve la corona civica di foglie di quercia. Mitilene era allora l’ultima città dell’Asia che dopo la guerra con Mitridate continuava a resistere a Roma.
Dallo stesso servizio torna una voce che lo inseguirà fino alla morte. Il comandante manda Cesare in Bitinia, dal re Nicomede IV, a prendere delle navi. Cesare si trattiene a corte per un tempo sospetto. A Roma si comincia a dire che fu l’amante del re. I nemici lo chiameranno «la regina di Bitinia», e i soldati al suo trionfo gallico del 46 canteranno su questo canzoni sconce.
È vero? Svetonio raccoglie con cura queste dicerie, ma provengono dai nemici politici di Cesare, e prove non ce ne sono. Gli storici non sanno decidere. È certo soltanto che Cesare andava su tutte le furie per quegli scherzi e, secondo Cassio Dione, li smentiva perfino sotto giuramento.
Nel 78 Silla muore nel suo letto. Cesare torna a Roma, ma non si unisce al console Lepido, che prepara un’insurrezione: non si fida né di lui né delle sue possibilità. Invece nel 77 va in tribunale e accusa il corrotto Dolabella, ex console e governatore della Macedonia. Perde, ma secondo Plutarco i suoi discorsi gli procurano la fama di eccellente oratore. La conclusione la trae con freddezza: a Roma il potere senza esercito lo dà la parola, e la parola va rifinita presso i migliori. Il migliore maestro di eloquenza vive a Rodi. Cesare decide di partire per Rodi.
Non ci arriverà con la rapidità che aveva pianificato. In inverno, durante il viaggio verso Rodi, la sua nave si avvicinerà all’isola di Farmacusa.