Un colpo di piede — Cesare III: Le Idi di marzo
Pompeo una volta si vantò in senato che, quando fosse scoppiata la guerra, gli sarebbe bastato battere un piede perché l’Italia si riempisse di eserciti. Ora batte il piede, e non viene nessuno. Plutarco scrive che pare che tutte le città d’Italia si siano levate per fuggire. Pompeo dichiara che chi preferisce la patria e la libertà alla tirannide deve seguirlo, e chi resta è un nemico. I consoli fuggono senza aver nemmeno compiuto i sacrifici d’uso. I senatori prendono dalle case ciò che capita, come se depredassero estranei.
Cesare avanza per l’Italia, e le città gli aprono le porte. A Corfinio assedia Lucio Domizio. Domizio perde la speranza e chiede al suo medico, uno schiavo, del veleno. Lo beve, poi sente che Cesare è clemente con i prigionieri, e se ne pente. Il medico lo rassicura: gli ha dato soltanto una bevanda soporifera. Domizio va allora da Cesare, ottiene da lui la parola e la libertà. E poi torna da Pompeo.
Questa clemenza non è un caso. Pompeo dichiara che i nemici sono quelli che non hanno preso le armi per lo Stato. Cesare dice che gli amici sono quelli che non si sono schierati con nessuno. È l’arma più a buon mercato della guerra civile: gli indifferenti si trasformano in amici senza un solo colpo.
In sessanta giorni Cesare occupa tutta l’Italia e, come scrive Plutarco, ci riesce senza spargimento di sangue. A Roma mette le mani sul tesoro dello Stato. Il tribuno Metello gli sbarra la porta e si appella alla legge. Cesare risponde che le armi e le leggi non hanno la stessa stagione, e quando l’indugio si prolunga minaccia di ucciderlo. E aggiunge: «Capisci, giovanotto, che per me è più facile farlo che dirlo». Metello se ne va, e il denaro passa a Cesare.
Pompeo intanto è fuggito dall’Italia. Cesare non ha navi, perciò invece di inseguirlo torna in Spagna, dove stanno i suoi legati.
Svetonio scrive che in Spagna vinse in fretta, benché ritardato dall’assedio di Marsiglia e dalla mancanza di viveri.
Nel gennaio del 48, in pieno inverno, Cesare salpa con cinque legioni e seicento cavalieri. Il resto dell’esercito deve arrivare più tardi. Plutarco racconta che, quando le navi tardavano, Cesare di notte, travestito da schiavo, salì lui stesso su una barca per andare a prenderle. Quando il timoniere voleva tornare indietro per via della tempesta, Cesare si tolse il travestimento: «Non temere, porti Cesare e la sua fortuna».
A Durazzo Pompeo ha il mare e le provviste, Cesare ha la fame. I suoi soldati scavano una radice, la mescolano al latte e la mangiano. Una volta ne fanno dei pani e li lanciano ai nemici: finché la terra produce simili radici, non smetteranno di assediare Pompeo. Pompeo non permette che i pani arrivino ai suoi uomini, perché hanno già paura di quei selvaggi. In uno scontro l’esercito di Cesare fugge, perdendo trentadue insegne, e Cesare stesso per poco non muore. Pompeo non insegue. Cesare dice agli amici: oggi la vittoria sarebbe del nemico, se avesse un comandante vittorioso.
Pompeo potrebbe semplicemente aspettare, perché il tempo lavora contro Cesare. Intorno a lui però ribolle una corte di ufficiali che lo chiamano Agamennone, il re dei re, perché rimanda la battaglia. Alla fine cede. A Farsalo in Tessaglia si fronteggiano i due più grandi eserciti di Roma. Gli ufficiali di Pompeo litigano già su chi dopo la vittoria diventerà pontefice massimo al posto di Cesare, e mandano a Roma degli uomini ad affittare case per i futuri pretori e consoli.
Cesare conosce il proprio punto debole. Sa che la cavalleria di Pompeo colpirà l’ala destra, dove sta la sua amata decima legione. Perciò nasconde dietro l’ala sei coorti e insegna loro che cosa fare quando i cavalieri arriveranno. Il resto si deciderà in poche ore.
Perché funzionò? Plutarco lo spiega: i cavalieri di Pompeo erano giovani, orgogliosi della propria bellezza e poco avvezzi alle ferite. Temevano non soltanto la morte, ma anche le cicatrici deturpanti. Voltarono la testa, si coprirono il volto e fuggirono, e la fanteria rimase senza copertura.
Cesare entra nel campo di Pompeo e guarda i caduti. Dice, come scrisse Asinio Pollione, suo ufficiale: «Lo hanno voluto. Io, Gaio Cesare, dopo tante grandi guerre sarei stato condannato dai loro tribunali, se avessi congedato l’esercito». Secondo Pollione la maggior parte dei caduti quel giorno erano addetti al campo, uccisi durante la presa dell’accampamento, mentre i soldati di Pompeo caduti non furono più di seimila. Cesare perde trenta centurioni e duecento legionari. Ai suoi uomini ordinò di risparmiare i concittadini, e a ciascuno permise di salvare un uomo dalla parte nemica.
Tra i graziati c’è Bruto. Plutarco scrive che Cesare si preoccupava quando non si trovava tra i vivi, e quando glielo condussero, si rallegrò oltre misura. Ricordalo.
Pompeo intanto fugge attraverso Lesbo in Egitto. Vuole rifugiarsi presso il giovane re, figlio di un vecchio amico. Il tredicenne Tolomeo è circondato da consiglieri, e il maestro Teodoto consiglia di uccidere l’ospite e guadagnare così la gratitudine di Cesare. Mandano una barchetta. Pompeo sale, ripete tra sé un verso di Sofocle: chi va da un tiranno diventa suo schiavo, anche se ci va da libero. Quando la barca approda, muore per mano di un ufficiale romano che un tempo aveva servito ai suoi ordini, sotto gli occhi della moglie. Aveva cinquantotto anni e non aveva mai perso una guerra.
Cesare lo segue ad Alessandria. Arriva subito dopo la sua morte. Sulla riva riceve ciò per cui era venuto: la testa di Pompeo. Plutarco scrive che si voltò inorridito. Prese soltanto l’anello con il sigillo e pianse.