Due volti di un solo imperatore — Caligola: un cavallo in senato

Nello stesso 37 Gaio si ammala gravemente. L’intera città veglia sotto il palazzo. Svetonio scrive che alcuni fanno voto di combattere come gladiatori in caso di guarigione, altri appendono tavolette in cui offrono la propria vita in cambio della sua. L’imperatore guarisce. Dione aggiunge che due di quegli uomini pagarono con la vita, perché ordinò loro di mantenere la parola.

Torniamo per un momento a marzo. Tiberio aveva lasciato lo Stato a due nipoti: Gaio e Gemello, ancora un bambino. Gaio invia il testamento al senato, e i consoli lo annullano. Il motivo: il vecchio imperatore non era in sé, se aveva lasciato il potere a un ragazzo che non ha nemmeno il diritto di entrare in senato (Dione).

Ora quel ragazzo diventa un problema. Gaio lo aveva adottato all’inizio del regno e gli aveva dato il titolo di principe della gioventù. Dopo la malattia lo accusa di aver atteso la sua morte. Svetonio indica un altro motivo: il respiro di Gemello sapeva di un rimedio per la tosse, che l’imperatore scambiò per un antidoto. Quando l’imperatore decide di ucciderlo, esclama una frase che Svetonio ricordò.

Gemello muore. Dione lo riassume in breve: Gaio privò il ragazzo del trono e poi, nonostante l’adozione, lo fece uccidere. Il vecchio di Capri aveva ragione.

Dione scrive che in ogni questione Gaio andava controcorrente: ciò che lodava in Tiberio lo abbandonava, e ciò che gli rimproverava lo superava. Per primi se ne vanno coloro che lo avevano innalzato. Il prefetto del pretorio Macrone, che lo aiutò a ottenere il trono, e la moglie Ennia pongono fine ai loro giorni per ordine dell’imperatore.

Gaio cambia anche le mogli. Orestilla, la sposa, la porta via dal suo stesso matrimonio, e dopo qualche giorno divorzia da lei (Svetonio). Lollia Paolina la fa venire dalla provincia, perché qualcuno gli ha raccontato la bellezza di sua nonna. La sposa, dopo poco la ripudia e le vieta ogni rapporto con chiunque. Solo Cesonia, né giovane né bella, resta con lui fino alla fine.

L’anno 38 porta un colpo che davvero fa perdere l’equilibrio a Gaio. Muore Drusilla, una delle sue tre sorelle. Svetonio e Dione affermano che li univa qualcosa di più di un legame familiare, ma l’accusa viene da autori ostili e non si può verificare. Certo è ciò che l’imperatore fa dopo la sua morte.

Proclama un lutto in cui il riso, il bagno e il pasto in comune con la famiglia sono reati puniti con la morte. Egli stesso fugge di notte da Roma, percorre la Campania, giunge a Siracusa e torna con capelli e barba non tagliati. Giura ormai soltanto sulla divinità di Drusilla.

Il senato getta olio sul fuoco. Introduce il culto della dea Pantea, fa collocare un’effigie d’oro nella curia, istituisce venti sacerdoti. Il senatore Livio Gemino giura sulla propria vita e su quella dei figli di aver visto Drusilla salire al cielo e parlare con gli dèi, e riceve per questo un milione di sesterzi.

Il lutto con tranello è solo l’antipasto. Il vero problema è altrove: il tesoro di Tiberio si scioglie a vista d’occhio, e l’imperatore non sa far di conto.

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