Il primo tra pari — Augusto: trovò Roma di mattoni e la lasciò di marmo
Che cosa nacque esattamente quel gennaio? I Romani non hanno un nome per questo. Augusto nelle Res Gestae si definisce semplicemente princeps, cioè «primo». Tacito riassume questo ordinamento in poche frasi spietate.
Secondo Tacito Augusto depose il titolo di triumviro, si proclamò console e dichiarò che per proteggere il popolo gli bastava il potere del tribuno. I soldati se li guadagnò con i doni, il popolo con il grano a buon mercato, tutti con la dolcezza della pace. Crebbe lentamente, finché in una sola mano si concentrarono i compiti del senato, dei magistrati e delle leggi (Annali 1.2).
Nessuno gli faceva ostacolo. I più coraggiosi erano caduti in battaglia o nelle liste dei condannati. Gli altri potenti, quanto più volentieri servivano, tanto più salivano in ricchezza e dignità. Neppure le province rimpiangevano il vecchio ordine: non si fidavano del governo del senato e del popolo, perché i potenti rivaleggiavano tra loro e i magistrati rapinavano. La conclusione di Tacito è semplice: preferivano la sicurezza del presente al pericoloso passato.
Formalmente non per sempre. Dione scrive che ricevette il potere per dieci anni, e quando quel tempo scadeva il senato gli decretava nuovi periodi: cinque anni, altri cinque, poi ancora tre volte dieci. Così, secondo Dione, governò da solo fino alla fine della vita (53.16). Gli imperatori successivi presero il potere subito a vita, ma ogni dieci anni celebravano comunque una festa, come se lo rinnovassero.
Ci credeva davvero? Svetonio racconta che due volte pensò di ripristinare la repubblica: una subito dopo la caduta di Antonio, un’altra durante una lunga malattia, quando convocò a casa i magistrati e il senato e rese conto della situazione dello Stato. Ritenne però che, ritirandosi, non sarebbe stato al sicuro, e che affidare lo Stato a molti sarebbe stato pericoloso. Rimase (Augusto 28).
Nel 23 a.C. Augusto scopre che cosa accadrebbe se venisse a mancare. È console per l’undicesima volta e si ammala gravemente. Dione scrive che mette tutto in ordine come un moribondo: convoca i magistrati, i senatori più importanti e i cavalieri, al collega console Pisone consegna il registro con l’elenco delle truppe e delle entrate dello Stato, e ad Agrippa l’anello con il sigillo. Non indica un successore (53.30).
L’anello va a un amico e comandante, non a un parente, benché tutti si aspettassero Marcello, figlio della sorella di Augusto. A salvarlo è il medico Antonio Musa con bagni freddi e bevande fredde. Ne riceve molto denaro da Augusto e dal senato, il diritto di portare l’anello d’oro (era un liberto) e l’esenzione dalle tasse per sé e per l’intera categoria (53.30).
Tutto ciò Augusto lo descriverà poi con parole proprie. Fa incidere il resoconto delle sue imprese davanti al mausoleo; ne sono sopravvissute copie, tra l’altro ad Ankara. Sono le Res Gestae. Del proprio potere dice questo.
Questa è la sua versione. In pratica esercito, denaro e province hanno un solo padrone. Svetonio mostra come appare dall’interno: le legioni e le truppe ausiliarie le distribuisce nelle province, la flotta la tiene a Miseno e a Ravenna. Per la difesa della città e della propria persona trattiene il resto, ma mai più di tre coorti a Roma e senza un accampamento stabile; le altre svernano nelle città vicine (Augusto 49). Sono le prime coorti della guardia, di cui si parlerà ancora molto.
Stabilisce anche paghe fisse e durata del servizio, perché i soldati congedati non cerchino la rivoluzione per la miseria. Dione riferisce che nel 13 a.C. introduce dodici anni di servizio per i pretoriani e sedici per gli altri, e in cambio della terra, che i veterani continuano a reclamare, dà denaro (54.25). Solo nel 6 d.C. istituisce una cassa militare, alimentata da nuove imposte (Dione 55.25, Augusto 49). Lungo le strade colloca dei messaggeri, poi le poste.
L’esercito è pacificato, l’erario è pieno. Solo la città sembra non amata da nessuno: mattoni, legno, inondazioni e incendi.