Roma a credito — Cesare II: Roma a credito

Roma, 65 a. C.

Roma, 65 a.C. Cesare è edile curule, cioè il magistrato dei templi, dei mercati e dei giochi. Questa carica ha un grande pregio: la gente vede per cosa vota. Cesare orna il Foro e il Campidoglio con portici provvisori, organizza cacce a belve e rappresentazioni teatrali. Poi allestisce anche uno spettacolo di gladiatori, e secondo Plinio il Vecchio nell’arena brilla l’equipaggiamento d’argento.

Il senato è spaventato. Tanti uomini armati in città li ha a disposizione un solo politico? Approva in fretta una legge che limita il numero di gladiatori che si possono tenere a Roma. Cesare allestisce quindi meno coppie di quante aveva pianificato (Svetonio), anche se secondo Plutarco sono comunque trecentoventi.

Una parte degli spettacoli li organizza insieme al collega di carica, Marco Bibulo, ma tutta la gloria va a Cesare. Bibulo scherza amaramente di essere come Polluce: il tempio di Castore e Polluce nel Foro lo chiamano tutti semplicemente il tempio di Castore. Ricordati questo nome, perché lo risentirai in circostanze peggiori.

Non tutto ciò che fa in questi anni è spettacolo. Da presidente del tribunale per gli omicidi Cesare condanna anche coloro che sotto Silla avevano preso denaro dalla cassa dello Stato per aver consegnato teste di cittadini, benché la legge di Silla li proteggesse esplicitamente (Svetonio). Non è giustizia, è politica: ogni condanna simile è un colpo al partito di Silla e un regalo agli uomini di Mario. Cerca anche di ottenere tramite i tribuni un comando speciale in Egitto, ma gli aristocratici lo bloccano. Svetonio scrive che voleva allora indebolirli in ogni modo.

Cesare si difende davanti al senato e, come scrive Plutarco, convince i senatori. I suoi sostenitori prendono coraggio e lo esortano a non cedere a nessuno, perché il popolo vedrà volentieri in lui il primo dello Stato. Velleio Patercolo scriverà poi che fece risorgere i monumenti di Mario contro la volontà degli aristocratici. Cesare vince questo round, ma anche nel momento della vittoria conta quanto gli è costato.

Prima di vedere il conto, prova a indovinarlo. Quanto doveva Cesare prima di ricoprire una qualsiasi carica importante?

A questo si aggiunge la via Appia, di cui Cesare aveva assunto in precedenza la sovrintendenza e su cui, come scrive Plutarco, spese somme enormi di tasca propria.

Da dove vengono i soldi per tutto questo? Dai prestiti. Cesare si fa prestare da chiunque, molto più di quanto potrebbe restituire. Il suo principale garante è Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco di Roma. Non lo fa per buon cuore. Plutarco scrive chiaramente che Crasso aveva bisogno dell’ardore e del fuoco di Cesare nella sua partita con Pompeo. Si compra un politico che un giorno gli tornerà utile.

Il meccanismo lo conosciamo dalla politica di oggi: spendi per la popolarità, trasforma la popolarità in cariche, le cariche in denaro. Funziona finché vinci. Cesare gioca il tutto per tutto. Se perde una sola elezione importante, i creditori lo divoreranno vivo. E proprio in arrivo ci sono elezioni in cui la posta è qualcosa di più di una carica.

All’alba del 63 a.C. Sulla soglia di casa c’è Aurelia. La madre accompagna il figlio alle elezioni e, come scrive Plutarco, piange. Cesare la bacia per salutarla e dice: madre, oggi vedrai tuo figlio o pontefice massimo, o esule. Svetonio annota più brevemente: non tornerà a casa se non da pontefice.

È morto Metello Pio, pontefice massimo, capo a vita della religione romana. Questa carica dà prestigio e un’autorità che nessuno mette in discussione, e di solito la ottiene un vecchio senatore benemerito. Si candidano due uomini così, Catulo e Servilio Isaurico, entrambi ex consoli e di alto rango nel senato. Cesare ha trentasette anni, non è stato ancora nemmeno pretore e ha debiti che non sa contare.

Catulo ha così paura della sconfitta che manda a Cesare messaggeri con del denaro perché si ritiri. Le somme sono grandi. Che cosa risponde un uomo che non ha nulla?

La sera si sa: vince Cesare. Secondo Svetonio nelle tribù dei rivali ottiene più voti di quanti ne abbiano ottenuti loro due in tutte le tribù messe insieme. Si trasferisce nella casa del pontefice massimo, la residenza pubblica presso il Foro. Il titolo di pontefice massimo passerà dopo di lui agli imperatori e poi ai vescovi di Roma. Ancora oggi lo porta il papa.

Nello stesso anno il console Cicerone scopre la congiura di Catilina, che voleva rovesciare la repubblica. I complici di Catilina, Lentulo e Cetego, vengono sorpresi a Roma. Il senato deve decidere che cosa farne. Tutti coloro che prendono la parola chiedono la morte, fino a Cesare. È allora pretore designato.

Cesare si alza e parla a lungo. Dice che non si possono uccidere senza processo uomini delle migliori famiglie, se non in caso di estrema necessità. Che siano imprigionati nelle città d’Italia. Il discorso è così buono che molti senatori cambiano idea, anche alcuni che avevano già parlato prima di lui. Soltanto Catone e Catulo fanno pendere la bilancia dalla parte della pena di morte.

Quando Cesare esce dalla seduta, i giovani della scorta di Cicerone sguainano le spade. Secondo Plutarco Curione lo copre con la toga e lo porta fuori, mentre Cicerone scuote la testa quando i giovani lo guardano in attesa del segnale. Svetonio scrive di cavalieri della guardia che minacciano Cesare di morte. In entrambe le versioni Cesare ne esce illeso. Svetonio aggiunge che fino alla fine dell’anno evita il senato.

Plutarco descrive anche come, qualche giorno dopo, sia il senato a trovarsi alla mercé della piazza: Cesare si giustifica dei sospetti, la seduta si trascina, così il popolo circonda l’edificio e con le grida pretende che lo lascino uscire. Catone convince i senatori a calmare i poveri con sussidi di grano. Cicerone dovrà invece sentirsi dire a lungo che si è lasciato sfuggire la migliore occasione per sbarazzarsi di Cesare.

I sospetti non svaniscono. Svetonio descrive due accuse: l’informatore Lucio Vettio offre perfino una lettera di Cesare a Catilina, e in senato Quinto Curio sostiene di saperlo dallo stesso Catilina. Cesare respinge le accuse appellandosi alla testimonianza di Cicerone, a cui lui stesso aveva riferito in anticipo i dettagli della congiura. Curio perde la ricompensa, mentre Vettio scampa a stento al linciaggio della folla e finisce in prigione. Plutarco scrive che Catulo e Pisone accusano poi Cicerone di aver risparmiato Cesare quando avrebbe potuto coinvolgerlo.

Cesare ricorda chi stava con la spada e chi scuoteva la testa. Diventa pretore. Nel dicembre del 62 la sua stessa casa sarà teatro di uno scandalo di cui Roma parlerà per anni.

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