Ventitré — Cesare III: Le Idi di marzo

Andò. Sulla porta aspetta Decimo Bruto, lo stesso che deve essere il secondo erede nel testamento. Plutarco scrive che si fa beffe degli indovini e convince Cesare: i senatori si sono radunati su tua convocazione e sono pronti a proclamarti all’unanimità re delle province. Che cosa diranno i nemici quando sentiranno che il senato dovrà tornare a riunirsi quando Calpurnia avrà sogni migliori? Poi lo prende per mano e lo conduce.

Lungo la strada qualcun altro cerca ancora di salvarlo. Uno schiavo altrui irrompe in casa e prega Calpurnia di trattenerlo fino al ritorno di Cesare, perché ha notizie importanti. Artemidoro, maestro di filosofia greca di Cnido, porge a Cesare un rotolo con la descrizione dell’intera congiura e lo prega: leggilo tu stesso e subito. Cesare prende il rotolo, tenta di leggerlo, ma la gente continua a parlargli. Con la lettera in mano entra in senato. La trovarono lì dopo la sua morte.

Antonio, il più forte tra gli amici di Cesare, viene trattenuto davanti alla sala da qualcuno con una lunga conversazione. Secondo Dione e Appiano è Trebonio, secondo Plutarco Decimo Bruto. I congiurati non vogliono che sia dentro.

Cesare si siede. I congiurati si avvicinano come uomini che vogliono appoggiare una richiesta. Tillio Cimbro chiede la grazia per il fratello esiliato. Cesare con un gesto rimanda la questione a più tardi. Allora Cimbro afferra la sua toga con entrambe le mani e gliela strappa dal collo. Cesare grida: «Ma questa è violenza!». È il segnale.

Il primo a colpire è Casca, subito sotto la gola. Il colpo è superficiale: Plutarco spiega che Casca era troppo agitato. Cesare si volta, gli afferra il braccio e, secondo Svetonio, lo ferisce con lo stilo. Grida in latino: «Maledetto Casca, che fai?», e Casca in greco al fratello: «Fratello, aiuto!». Quando da tutte le parti si levano i pugnali, Cesare si copre il capo con la toga e ne tira un lembo sulle gambe, per cadere con dignità. Cade ai piedi della statua di Pompeo.

I colpi in tutto sono ventitré. Questo numero lo riportano indipendentemente Svetonio, Plutarco e Appiano. Plutarco aggiunge che i congiurati si ferirono a vicenda, perché ciascuno voleva dare il proprio colpo. Il medico Antistio stabilì, secondo Svetonio, che mortale fu soltanto uno: il secondo, al petto.

Le ultime parole? Svetonio scrive che Cesare non disse nulla, gemette soltanto al primo colpo. Aggiunge che alcuni misero per iscritto che a Bruto avrebbe lanciato in greco: «Anche tu, figlio mio?». Il latino «Et tu, Brute?» non compare in nessuna di queste fonti: viene soltanto da Shakespeare.

Poi il silenzio. I senatori fuggono, e la gente in città chiude le porte. I congiurati con i pugnali sguainati vanno al Campidoglio e inneggiano alla libertà. Antonio e Lepido si nascondono presso estranei. Il corpo giace nella sala. Alla fine tre schiavi lo collocano su una lettiga e lo portano a casa, con il braccio che penzola inerte.

Poi tutto comincia a guastarsi. Il senato cerca di conciliare le parti: conferma tutte le decisioni di Cesare, gli attribuisce onori divini e ai congiurati dà delle province. Allora aprono il testamento. Cesare lasciò a ogni cittadino di Roma trecento sesterzi e i suoi giardini sul Tevere. Come erede di tre quarti del patrimonio e figlio adottivo nomina Gaio Ottavio.

Ai funerali Antonio, invece di un discorso, fa leggere le delibere del senato che attribuivano a Cesare tutti gli onori, e il giuramento dei senatori di difenderne la vita. Di suo aggiunge poche parole. Il corpo doveva bruciare nel Campo Marzio, ma la folla accende subito il rogo nel Foro, con panche e sedie dei tribunali. Poi la gente corre con i tizzoni alle case degli assassini, e lungo la strada uccide per errore Elvio Cinna, scambiandolo per un altro Cinna.

Durante i giochi allestiti dal suo erede per sette giorni brilla una cometa. Il popolo ritiene che sia l’anima di Cesare assunta in cielo. Il senato chiama le Idi di marzo Giorno del Parricidio e decide che in quel giorno non si riunirà mai più. I congiurati non gioiscono a lungo. Svetonio scrive che quasi nessuno sopravvisse a Cesare più di tre anni né morì di morte naturale. Alcuni morirono in battaglia, altri in un naufragio, altri di propria mano.

Cesare non lasciò dietro di sé né un re né un successore legittimo di sangue. Lasciò un testamento e una città che si è sbarazzata del tiranno e non sa che cosa fare dopo. Lasciò anche tre persone, ciascuna convinta che spetti a lei. Un diciottenne che quasi nessuno conosce e che ha appena ereditato il nome di Cesare. Antonio, il console, che ha l’esercito e il testamento in mano. E una regina con il figlio che gli Alessandrini hanno chiamato Cesarione. Tre persone, un mondo. La prossima volta: Ottaviano, Antonio e Cleopatra.

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