Cancellato — Domiziano: signore e dio
I senatori fanno a gara a chi occupa per primo il proprio posto nella curia. Non risparmiano al defunto le peggiori ingiurie. Fanno portare delle scale e, sotto i loro occhi, fanno strappare dalle pareti i suoi scudi e le sue immagini e frantumarli a terra. Alla fine decretano che il suo nome sia scalpellato ovunque dalle iscrizioni e che ne sia cancellata la memoria. Il popolo accoglie la notizia con indifferenza. I soldati si disperano. Vogliono subito proclamarlo dio e sono pronti a vendicarlo. Mancano loro solo i comandanti.
Il corpo lo portano via su una comune bara i facchini dei poveri. Lo brucia Fillide, la sua nutrice, nella sua proprietà lungo la via Latina. Le ceneri le porta di nascosto nel tempio della famiglia dei Flavi — quello che era stato un tempo la casa di via del Melograno — e le mescola con quelle di Giulia, figlia di Tito, che aveva allevato anche lei. Giulia morì giovane; le fonti ostili ne incolpano Domiziano.
Alcuni mesi prima dell’attentato sul Campidoglio si posò una cornacchia e gracchiò, come parve, «andrà tutto bene». Qualcuno aggiunse un verso: la cornacchia non seppe dire «va tutto bene», seppe dire solo «andrà». E l’indovino della Germania, condannato la mattina del 18 settembre? L’esecuzione fu rinviata, perché morisse quando l’imperatore avesse superato il giorno pericoloso. L’indovino sopravvisse. Il nuovo imperatore gli diede quattrocentomila sesterzi.
Il nuovo imperatore era pronto prima che cadesse il primo colpo. Dione scrive che i congiurati non colpirono finché non ebbero stabilito chi avrebbe preso il potere. Chiesero a molti. Tutti rifiutavano, perché pensavano a una provocazione. Accettò Marco Cocceio Nerva: di stirpe nobilissima, mite, e per di più già una volta in pericolo, perché gli astrologi gli avevano pronosticato il potere. Domiziano gli aveva risparmiato la vita solo perché un altro astrologo gli aveva assicurato che Nerva sarebbe morto comunque in pochi giorni. Nerva ha sessantacinque anni, non ha figli né legioni. Il senato lo proclama imperatore. Per la prima volta in questa stagione l’imperatore lo dà il senato, non l’esercito — benché a sceglierlo siano stati gli uomini del palazzo.
Chi era dunque Domiziano? Il mostro delle pagine di Svetonio e Tacito o un sovrano efficiente descritto dai suoi nemici? Mettiamo uno accanto all’altro due ritratti.
Il giudizio diretto: un sovrano efficiente e un uomo crudele, la cui immagine scrissero quelli che lo temevano. Morì perché temeva tutti. E per questo i più vicini dovettero colpire per primi. Svetonio lo dice in una frase: la povertà lo rese avido, la paura crudele.
Così finisce la stagione cominciata dalla frase di Tacito: si può diventare imperatore anche altrove che a Roma. Per un anno il trono lo diedero i soldati. Poi un vecchio mulattiere costruì qualcosa di più durevole, e il suo figlio minore lo dilapidò con la paura. Il Campidoglio bruciò, risorse, bruciò di nuovo e risorse ancora — con un solo nome nell’iscrizione. Ora quel nome lo si scalpella dalle iscrizioni di tutto l’impero.
Anticipazione. La guardia non ha ancora ottenuto gli assassini del suo imperatore. Aspetta. Quando nel 91 due nuovi consoli assumevano la carica, scrive Dione, entrambi videro gli stessi segni. A uno, Glabrione, annunciarono la rovina — Domiziano lo uccise. All’altro annunciarono il potere. Quell’altro si chiama Traiano. Un anno dopo l’attentato il comandante della guardia aizzerà i soldati contro Nerva e pretenderà la consegna degli assassini di Domiziano. Il vecchio scoprirà davanti a loro il collo — e non otterrà nulla. Allora scriverà una lettera al governatore della Germania. E sul Danubio il re Decebalo conta ogni anno il denaro romano e aspetta chi verrà a riscuotere il conto.