La casa di Augusto — Augusto: trovò Roma di mattoni e la lasciò di marmo
Nella casa di Augusto si entra per matrimonio. I matrimoni di Augusto stesso finiscono in fretta, fino al terzo. Svetonio li descrive senza fronzoli. La prima fidanzata, figlia di Servilio Isaurico, la scambia con Claudia, figliastra di Antonio, per suggellare la pace con il rivale. La ripudia prima ancora di vivere con lei, dopo un litigio con la madre di lei, Fulvia. Poi sposa Scribonia e divorzia anche da lei perché, come scrive lui stesso, non sopportava il suo carattere maligno (Augusto 62).
Subito dopo Augusto prende Livia Drusilla. Svetonio: la toglie al marito, Tiberio Nerone, benché fosse incinta. Dione aggiunge un dettaglio: al sesto mese, di Druso, e Augusto chiese al collegio dei pontefici se potesse sposarla. Ottenne il permesso (48.44). Svetonio scrive che la amò e la rispettò fino alla fine, senza rivali.
Figli insieme non ne hanno. Una gravidanza si conclude con un parto prematuro, mentre Augusto desidera ardentemente un discendente (Augusto 63). Ha però una figlia, Giulia, dall’unione con Scribonia, e due figliastri da Livia, Tiberio e Druso.
Giulia è la sua carta più preziosa. La dà in moglie prima a Marcello, figlio di sua sorella Ottavia, che è appena un ragazzo. Dopo la sua morte ad Agrippa, e deve convincere la sorella a cedergli il genero, perché Agrippa ha già per moglie una delle Marcelle, figlie di Ottavia, e dei figli (Augusto 63).
Agrippa e Giulia hanno tre figli, Gaio, Lucio e Agrippa Postumo, e due figlie, Giulia e Agrippina. Augusto adotta Gaio e Lucio, comprandoli simbolicamente dal padre. Lui stesso insegna loro a leggere, a nuotare e a imitare la sua scrittura. A tavola li fa sedere solo sul divano più basso, e in viaggio devono andare accanto al suo carro (Augusto 64).
Le donne della sua casa imparano a filare e a tessere. Alla figlia e alle nipoti proibisce di dire e di fare qualsiasi cosa che non potesse essere scritta nel diario di casa. A un giovane che aveva osato visitare sua figlia a Baia rinfaccia l’audacia in una lettera.
Per molti anni tutto va secondo i piani. Poi Svetonio scrive: nel momento della massima felicità e della piena sicurezza per la famiglia, la sorte si dimostrò mutevole (Augusto 65). Prima muore Marcello, che doveva essere il primo in fila. Poi Agrippa. La vedova Giulia riceve un terzo marito: il figliastro Tiberio. Augusto lo costringe a divorziare dalla moglie, che è incinta e con cui ha già un figlio (Augusto 63). Così Tiberio, finora figliastro, diventa genero di Augusto.
Nel 2 a.C. tutta Roma rende omaggio ad Augusto. Il popolo, e poi il senato, gli conferisce il titolo di Padre della Patria. Svetonio riporta le parole del senato e la risposta di Augusto, che con le lacrime agli occhi prega gli dèi soltanto di poter conservare fino alla fine della vita il consenso del senato (Augusto 58). L’anno lo dà Res Gestae 35: avvenne durante il tredicesimo consolato di Augusto.
Nello stesso anno viene a sapere che cosa fa sua figlia. Dione scrive che Giulia organizza notturne baldorie e bevute nel Foro, e perfino sui rostri. Augusto va in una collera tale da non riuscire a tenerlo per sé e ne parla in senato. Svetonio aggiunge che la lettera la lesse per lui un questore, e che lui stesso per molto tempo si vergognò di mostrarsi alla gente. Giulia finisce sull’isola di Ventotene, e la madre Scribonia vi si reca volontariamente con lei. Gli uomini che godevano dei suoi favori subiscono la pena: Iullo Antonio, che secondo Dione aspirava al potere, viene giustiziato, gli altri vanno in esilio (Dione 55.10).
La severità verso la figlia è straordinaria perfino per un padre. Giulia non riceve vino né lussi, e nessun uomo può avvicinarla senza il permesso di Augusto e senza una descrizione della sua statura, del suo colorito e dei segni sul corpo. Dopo cinque anni Augusto la trasferisce dall’isola alla terraferma, ma non le permette mai di tornare. Quando i Romani chiedono più volte la grazia, non cede. Di Febe, la sua confidente, che si tolse la vita, dice: avrei preferito essere il padre di Febe (Augusto 65).
Intanto i successori scompaiono uno dopo l’altro. Guarda con che rapidità.
Lucio muore a Marsiglia, Gaio in Licia, a diciotto mesi di distanza (Augusto 65). Tacito aggiunge una frase che per secoli seguirà Livia: morirono «per il destino o per le insidie della matrigna Livia». È solo una supposizione gettata di passaggio, senza prove (Annali 1.3).
Augusto adotta allora il terzo nipote, Agrippa Postumo, e con lui il figliastro Tiberio (Augusto 65). È il 27 giugno del 4 d.C. (Velleio 2.103). Postumo lo diseredita presto: aveva, scrive Svetonio, gusti bassi e un carattere violento. Lo manda a Sorrento, e secondo Tacito Postumo finisce sull’isola di Pianosa (Annali 1.3). Tiberio deve a sua volta adottare il nipote Germanico, benché abbia un figlio suo: Dione scrive che Augusto temeva che Tiberio perdesse l’equilibrio e provocasse una rivolta (55.13).
La dinastia è sistemata. Tiberio ha il trono a portata di mano, Germanico attende dietro di lui. E poi, nel 9 d.C., dalla selva giunge una notizia.