Meglio uno per tutti — Anno 69 I: i soldati non si comprano

Come sappiamo che cosa accadde a Brescello? Questa volta non solo dai libri. Il padre di Svetonio, Svetonio Leto, prestò servizio in quella guerra come tribuno della tredicesima legione. È la legione che a Bedriaco si sbandò sotto l’assalto del nemico. Il figlio mise poi per iscritto i suoi racconti.

Ora Otone ha una scelta che Galba non ebbe mai. Tiene con sé coorti fresche, che non hanno combattuto. Le legioni della Mesia sono già ad Aquileia, dalla Dalmazia e dalla Pannonia ne arrivano altre. Gli sconfitti di Bedriaco vogliono vendicarsi. I soldati gli abbracciano le ginocchia. Più ardentemente di tutti lo supplica il prefetto del pretorio Plozio Firmo: non abbandoni un esercito così fedele.

Prima, quello stesso giorno, Otone aveva parlato ancora con il nipote, un giovane spaventato. Tacito ha trascritto il suo ultimo consiglio: «Non dimenticare mai del tutto, e non ricordare mai troppo, che tuo zio fu Otone».

All’alba del 16 aprile del 69 Otone si toglie la vita. Aveva trentasei anni. Dione calcola che mancassero undici giorni al suo trentasettesimo compleanno. Governò circa novanta giorni, Svetonio ne conta novantacinque.

Fu sepolto in fretta, come aveva chiesto. La tomba è modesta. Plutarco la vide poi a Brescello e ne trascrisse l’iscrizione: «Alla memoria di Marco Otone».

Nel discorso ai soldati Otone nominò gli eroi che avevano dato la vita per Roma. Preferiva essere come Curzio, scrisse Dione, piuttosto che come Mario o Silla. Tre mesi prima Galba era morto presso il lago che porta il nome di Curzio.

I soldati di Brescello ci riprovano. Vanno alla casa di Verginio Rufo, che si trovava nel campo di Otone, e gli offrono di nuovo la porpora. Secondo Plutarco rispose che sarebbe stata follia accettare dopo la sconfitta ciò che aveva rifiutato dopo la vittoria. Verginio sguscia via da una porta sul retro. Di nuovo non vuole diventare imperatore.

Gli antichi non sanno che cosa pensare di Otone. Plutarco osserva che non visse meglio di Nerone. Svetonio aggiunge che molti di coloro che in vita lo avevano odiato, dopo la morte lo lodarono. Tacito lo dice nel modo più conciso.

L’azione infame è l’attentato a Galba. Per quella splendida Tacito intende la sua fine. Noi ricordiamoci della decisione che la precedette: Otone aveva ancora un esercito e preferì che i Romani smettessero di morire per lui.

A Roma si svolgono i giochi in onore di Cerere. Nel teatro irrompono dei messaggeri: Otone è morto e l’esercito in città ha già giurato fedeltà a Vitellio. Gli spettatori applaudono il nuovo nome. Poi la gente fa una cosa strana. Porta in giro per i templi le immagini di Galba, ornate di alloro e di fiori. Presso il Lago Curzio, nel luogo dove morì, con le ghirlande innalzano un tumulo.

Galba aveva ragione riguardo ai soldati, e perse perché non aveva né denaro né fiuto. Otone visse come Nerone, e concluse la guerra in modo tale che lo lodarono perfino quelli che lo odiavano.

Nel prossimo episodio: il vincitore è ancora in Gallia. È il figlio di quel cortigiano che un tempo convinse il senato che Claudio poteva sposare la nipote. Quando arriverà sul campo di Bedriaco, dirà una frase che Svetonio consegnerà ai secoli. E a Roma comincerà il banchetto.

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