Roma brucia — Nerone: l’artista sul trono, Roma in fiamme

Dopo la morte della madre nessuno frena Nerone. Fin da bambino sognava il palcoscenico, perciò comincia con i giochi «della gioventù», ai quali può iscriversi chiunque, e vi si esibisce lui stesso con la cetra. Tacito osserva che Burro gli sta accanto triste, eppure applaude.

Nel 62 muore Burro. Tacito non sa se di malattia o di veleno. Si sa che Roma lo piange e che la guardia passa a due nuovi prefetti: Fenio Rufo, amato dal popolo, e Tigellino, uomo senza scrupoli, che conosce ogni capriccio dell’imperatore e ha su di lui maggiore influenza. Seneca chiede il congedo e vuole restituire il patrimonio. Nerone lo abbraccia e lo bacia, ma rifiuta. Il filosofo si ritira nell’ombra. L’ultima voce della ragione viene messa a tacere.

Nello stesso anno Nerone divorzia da Ottavia, figlia di Claudio, e sposa Poppea. I Romani scendono in strada, portano in spalla le immagini di Ottavia e abbattono le statue di Poppea. Nerone risponde con l’esercito. Ottavia, non ancora ventenne, finisce su un’isola e dopo pochi giorni riceve l’ordine di morire. Tacito annota con gelida calma che per questo il senato decretò sacrifici di ringraziamento.

Ora niente sta più tra l’imperatore e le sue fantasie. Luglio del 64. Il diciannovesimo giorno del mese, nelle botteghe presso il Circo Massimo scoppia un incendio. Il vento lo spinge per le viuzze strette e tortuose della vecchia Roma, dove non ci sono mura in grado di fermarlo. La folla fugge alla cieca, calpestando i propri cari. E l’imperatore dov’è? Ad Anzio, nella residenza sul mare. Ora tocca a te.

Nerone tornò quando il fuoco si avvicinò alla sua casa. Tacito ammette che poi fece quanto poteva. Aprì ai senzatetto il Campo Marzio, gli edifici di Agrippa e i propri giardini, fece costruire ricoveri provvisori, portò grano da Ostia e dalle città vicine e ne abbassò il prezzo a tre sesterzi per misura. Fu una misura popolare. E non servì a nulla, perché per la città correva una diceria.

Chi diede fuoco? Tacito scrive con onestà: non si sa, gli autori riportano entrambe le versioni, il caso o la volontà dell’imperatore. Svetonio non ha dubbi: Nerone fece appiccare il fuoco, perché gli facevano ribrezzo le viuzze tortuose, e dalla torre di Mecenate guardava l’incendio, estasiato dalla «bellezza delle fiamme», e in costume di scena cantava «La presa di Ilio». Dione aggiunge che cantava dal tetto del palazzo. Tacito accenna soltanto a una diceria: che nel momento dell’incendio l’imperatore salì su un palcoscenico privato e cantò la caduta di Troia.

Verifichiamolo da storici. Tacito e Svetonio scrissero mezzo secolo dopo l’incendio, Dione un secolo e mezzo dopo. Tacito, il più vicino ai fatti, ripete la voce e non se ne fa garante. La ricerca moderna esita: alcuni ritengono che l’incendio sia nato per caso, altri non escludono il dolo, e l’immagine dell’imperatore che canta la trattano come un motivo letterario che compare in occasione dei grandi incendi. E il violino? Molti lo vedono con gli occhi della fantasia. Vero o mito?

Dopo l’incendio Nerone fa ciò che fanno i sovrani: costruisce. Sulle macerie sorge la Domus Aurea, una residenza dal Palatino all’Esquilino, con un lago al centro, un’enorme statua dell’imperatore e una sala da pranzo che gira giorno e notte come il cielo. Quando la inaugura, dice che finalmente comincia ad abitare come un essere umano. Svetonio lo riporta senza commento. Roma ottiene strade più larghe e norme edilizie: i piani bassi delle case in pietra, muri separati al posto di quelli in comune.

E i colpevoli bisogna trovarli. Tacito scrive che, per mettere a tacere le voci, Nerone indica un capro espiatorio: i cristiani, un gruppo inviso al popolo. Li condanna pubblicamente, nei giardini e nel circo. Perfino Tacito, che non li ama, annota che suscitavano pietà, perché morivano non per il bene dello Stato, ma per la crudeltà di un solo uomo.

Roma si ricostruirà. La fiducia nell’imperatore no. A Roma si comincia a sussurrare di un successore, e un imperatore che ha ucciso la madre e la moglie non ama i sussurri.

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