I soldati non si comprano — Anno 69 I: i soldati non si comprano

Il viaggio di Galba verso Roma è lento e sanguinoso. Lungo la strada due alti magistrati vengono uccisi senza processo, accusati di aver favorito Ninfidio e Nerone.

Ormai vicino alla città, secondo Plutarco a cinque chilometri dalle porte, gli sbarra la strada una folla di marinai. Nerone ne aveva fatto dei legionari. Ora chiedono l’aquila e le insegne, cioè la conferma di essere una vera legione. Galba li fa aspettare e, quando continuano a gridare, manda contro di loro la cavalleria. Dione riferisce che morirono settemila uomini e i superstiti furono poi decimati. Tacito parla solo di «migliaia di inermi». Prima si rideva del debole vecchio. Ora Roma trema.

Allora i pretoriani vengono a riscuotere.

I soldati ritennero che Galba non soltanto li ingannasse, ma fissasse una regola per tutti i futuri imperatori. Plutarco scrive che da quel momento lo odiarono.

Se avesse condotto tutto il resto del governo nello spirito di quell’unica frase, forse sarebbe stato un grande imperatore. Ma le sue altre azioni non furono all’altezza. Il vecchio non governa da solo. A palazzo non lo lasciano mai tre uomini che Roma chiama i suoi pedagoghi. Svetonio li definisce senza giri di parole briganti, ciascuno con un vizio diverso.

Nerone aveva distribuito in regali due miliardi e duecento milioni di sesterzi. Galba vuole riaverli. Tutti i beneficiati, anche gli attori e gli atleti, devono restituire i doni, tranne un decimo. Vigila su questo una commissione speciale di cavalieri. Quando il beneficiato ha già dissipato tutto, si tolgono le cose a chi ha comprato qualcosa da lui. Roma ribolle di vendite all’asta.

In cambio, il popolo vuole il sangue degli uomini di Nerone. Ne ottiene una parte. Li portano in catene per tutta la città e poi li giustiziano. Tra loro c’è Locusta, l’avvelenatrice che conosci dalla prima stagione. Tigellino, il più odiato dei prefetti di Nerone, sopravvive. Durante gli spettacoli la folla reclama la sua testa, e Galba emana un editto in cui rimprovera il popolo per la sua crudeltà. Tigellino si era comprato Vinio.

L’avarizia dell’imperatore diventa oggetto di battute. Si raccontava che, quando il flautista Canio suonò per lui a cena, Galba tirò fuori dalla propria borsa cinque denari. A teatro gli attori attaccano la famosa canzone «Arriva Onesimo dalla campagna». Tutto il pubblico la finisce in coro e la ripete più volte, con i gesti. Tutti sanno a chi si riferisce. Quando un sovrano diventa impopolare, scriverà Tacito, tutte le sue azioni, buone e cattive, gli si rivoltano contro.

Il primo gennaio le legioni sul Reno devono prestare il consueto giuramento di fedeltà all’imperatore. Non tutte lo presteranno.

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