Pioggia nel giorno dell’adozione — Anno 69 I: i soldati non si comprano
Pochi giorni dopo il Capodanno arrivano a Roma lettere dalla Belgica. Le legioni della Germania superiore hanno violato il giuramento e chiedono un altro imperatore. La scelta, benevolmente, la lasciano al senato e al popolo. A Roma nessuno sa ancora che il giorno dopo Colonia ha acclamato Vitellio.
Dalla rivolta il vecchio trae una strana conclusione: l’esercito disprezza non la sua età, ma il fatto che non abbia figli. Bisogna dunque dargli un figlio. Del successore a Roma si parla da mesi. Ora bisogna scegliere.
Lucio Calpurnio Pisone Liciniano ha trent’anni e uno dei nomi più illustri di Roma: discende da Pompeo e da Crasso. È un uomo all’antica. Chi lo giudicava con equità lo diceva severo, chi gli era ostile, cupo.
Tacito mette in bocca a Galba un discorso a Pisone. Una frase suona come un programma: «Augusto cercò il successore nella propria casa. Io lo cerco nello Stato». È un pensiero nobile, e il primo di questo genere dall’inizio dell’impero. Solo che la guardia non ascolta discorsi sullo Stato. La guardia aspetta il denaro.
Il 10 gennaio del 69 su Roma infuria una tempesta. Tuoni, lampi, rovesci. Secondo l’antica usanza un giorno così scioglie ogni assemblea. Galba va comunque al campo dei pretoriani. Ci si è perfino dimenticati di mettere la sua sedia sulla tribuna.
Annuncia l’adozione con imperiale brevità. Si richiama ad Augusto. Ammette apertamente che due legioni sul Reno si sono ribellate. Non aggiunge una parola di lusinga né una parola sul denaro. Tribuni e centurioni rispondono qualcosa, gli altri tacciono. Sarebbe bastata la minima generosità di quel vecchio avaro, scriverà Tacito. Lo rovinarono la rigidità e la severità di un tempo, «che ormai non sappiamo più sopportare».
Otone è in mezzo alla folla. Sul volto gli si leggono rabbia e amarezza.
Otone ha debiti, secondo Plutarco per duecento milioni di sesterzi. E cinque giorni.