Il lupo per le orecchie — Tiberio: l’isola di Capri e la paranoia
Governare il più grande Stato del mondo e non volerlo nemmeno vedere? È proprio quello che fa Tiberio. Dal 26 non torna a Roma. Sta sull’isola di Capri e scrive lettere. A Roma governa l’uomo per le cui mani passano quelle lettere.
Finché un giorno dall’isola arriva una lettera. Dopo di essa l’uomo più potente dello Stato perde tutto prima che finisca la seduta del senato.
Com’è potuto accadere? Torna indietro all’anno 14, a un uomo che quel potere non lo voleva. O almeno così diceva.
Settembre del 14. Augusto è morto dopo quarantun anni di governo. Il suo successore ha quasi cinquantacinque anni ed è il miglior generale di Roma. Ha domato la Pannonia, dopo la disfatta di Varo ha difeso il Reno, ha celebrato il trionfo. Augusto lo aveva adottato dieci anni prima. Svetonio conosce la diceria che il vecchio sospirasse sui Romani che sarebbero stati stritolati da mascelle così lente. Lui non vi crede e cita le lettere in cui Augusto chiama Tiberio il più caro degli uomini e l’unica difesa della nazione.
La prima seduta del senato è una commedia in un atto solo. Tiberio convoca i senatori come tribuno, non come sovrano. Ma la parola d’ordine per la guardia l’ha già data, e i soldati lo accompagnano in senato. Così scrive Tacito. L’imperatore recita la riluttanza circondato da uomini armati. Dice che un tale peso poteva reggerlo solo Augusto e che lo Stato dovrebbe poggiare sulle spalle di molti. I senatori piangono e si gettano alle sue ginocchia. Alla fine Tiberio dice che accetterà una parte dello Stato.
Allora Asinio Gallo pone la domanda che fa calare il silenzio.
La recita va avanti. Un senatore grida in mezzo al trambusto: o prenda o lasci. Un altro ironizza che Tiberio promette lentamente ciò che già fa (Svetonio). Aterio chiede per quanto tempo ancora lo Stato debba restare senza capo. Alla fine Tiberio cede, come scrive Tacito, senza ammettere di accettare il potere, ma senza più rifiutarlo. Acconsente finché il senato non riterrà che al vecchio spetti riposo.
Da dove veniva questa resistenza? Svetonio riporta parole che sono diventate proverbio.
Aveva di che temere. Uno schiavo di Agrippa aveva radunato una banda per vendicare il padrone. Il nobile Libone preparava un colpo di Stato. E in due luoghi insieme, in Pannonia e sul Reno, si erano ribellate le legioni.
Sul Reno comanda Germanico, nipote e figlio adottivo dell’imperatore. Giovane, benevolo, adorato dai soldati. I veterani gli mostrano le cicatrici, si lamentano della paga e del servizio, e alcuni gridano che raccolga l’eredità di Augusto. Tacito descrive come Germanico salti giù dal tribunale, sfoderi la spada e dica che morirebbe piuttosto che tradire. I soldati lo afferrano per la mano. Uno di loro, Calusidio, gli porge la propria spada, perché è più affilata. È una scena letteraria e non si può verificare. Ma rende il clima: le legioni invocano Germanico, non Tiberio.
La rivolta si spegne. Tiberio però ricorda a chi i soldati volevano consegnare la porpora. E Germanico è sempre più vicino a una grande fama.