Rendeteci Germanico — Tiberio: l’isola di Capri e la paranoia

Per tre anni, dal 14 al 16, Germanico conduce la guerra in Germania. I suoi soldati recuperano le aquile delle legioni perdute con Varo. Roma ha un eroe.

Tiberio risponde con calma. Nelle lettere ordina di tornare: basta successi, basta sconfitte. Ricorda che lui stesso fu nove volte in Germania e ottenne più con la prudenza che con le armi (Tacito 2.26).

Il ventisei maggio del 17 Germanico entra a Roma per il trionfo. Sul suo carro viaggiano cinque figli. Tacito osserva che molti guardavano con timore. L’amore del popolo romano per i suoi beniamini durava poco, e il padre di Germanico e suo zio erano morti giovani.

Subito dopo Tiberio lo manda in Oriente con un potere maggiore di quello degli altri governatori. In Siria colloca Gneo Pisone, uomo altero e impulsivo. Pisone ritiene di aver ricevuto la provincia per ostacolare Germanico. Alcuni a Roma credono che abbia a questo scopo istruzioni segrete dall’imperatore. Tacito precisa soltanto che così si pensava.

Nel 19 Germanico visita anche l’Egitto. Apre i granai, i prezzi del grano calano, e Germanico passeggia per Alessandria senza soldati, in abito greco. Tiberio lo biasima aspramente. Augusto aveva vietato ai senatori e ai cavalieri di rango elevato di entrare in Egitto senza il permesso dell’imperatore, perché chi tiene l’Egitto può minacciare l’Italia con la fame (Tacito 2.59, Svetonio 52).

Germanico torna dall’Egitto e trova i propri ordini revocati. Pisone li ha annullati in tutta la Siria. Litigano sempre più aspramente, finché Germanico rompe l’amicizia con lui. Allora la malattia ritorna. Nei muri e sotto il pavimento della sua casa trovano tavolette di piombo con il suo nome e resti umani (Tacito 2.69). Germanico è sicuro che qualcuno lo avveleni o lo colpisca con maledizioni.

Muore ad Antiochia nell’ottobre del 19. Aveva trentatré anni. Tacito scrive che salutò la moglie pregandola di non irritare a Roma chi era più forte di lei. Sussurrò anche qualcos’altro. Lo si attribuì ai suoi timori verso Tiberio.

Fu avvelenato? Tacito stesso non garantisce. Scrive che, quando il corpo giaceva nel foro di Antiochia, non c’era certezza che portasse segni di veleno. Alcuni si schieravano dalla parte della pietà, altri dalla parte di Pisone. Il decreto del senato sul processo di Pisone, inciso nel bronzo, ritrovato in Spagna e pubblicato nel 1996, non dice una parola sul veleno. È un sospetto, non una prova.

La vedova di Germanico, Agrippina, naviga verso l’Italia con l’urna e i figli. A Brindisi aspetta tutto il porto. La gente sta sulle mura e sui tetti. Quando scende dalla nave, si leva un solo gemito, e non si distinguono i parenti dagli estranei. Tiberio ha mandato due coorti di pretoriani a rendere onore alle ceneri. Non si sentono adulazioni, scrive Tacito, perché tutti sanno che l’imperatore nasconde a stento la gioia.

Quando le ceneri vengono deposte nel mausoleo di Augusto, a Roma ardono le fiaccole, e soldati, magistrati e popolo gridano con una sola voce che lo Stato è perduto. Nulla, scrive Tacito, ferì Tiberio più dell’adorazione per Agrippina, che veniva chiamata ornamento della patria. Di notte per la città corre un grido, e in molti luoghi compaiono scritte: rendeteci Germanico (Svetonio 52).

Nel 20 il senato processa Pisone. Prima che venga pronunciata la sentenza, Pisone muore: al mattino lo trovano con la gola tagliata. Tacito registra il suicidio, ma riporta anche vecchie voci che qualcuno lo abbia ucciso. Di nessuna versione si fa garante. Tiberio siede in senato immobile e lascia che il processo segua il suo corso.

Roma si chiede, e con lei gli storici: che cosa sarebbe accaduto se Germanico fosse vissuto? Prova a rispondere.

Tiberio resta con un solo figlio, Druso, e con un solo consigliere di cui si fida come di nessun altro. Si chiama Seiano.

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