Il mio Seiano — Tiberio: l’isola di Capri e la paranoia
Lucio Elio Seiano viene da Volsinii, da una famiglia equestre. Comanda i pretoriani, cioè la guardia dell’imperatore. Di lui sono rimasti due ritratti, ed entrambi suonano veri. Velleio Patercolo scrive mentre Seiano è in vita. Tacito scrive circa ottant’anni dopo la sua caduta. Confrontali.
Non sappiamo quale Seiano fosse il più vero. Sappiamo che l’elogio nacque un anno prima della sua caduta, e il ritratto nero molto più tardi.
Seiano fa ciò che farebbe chiunque voglia rendersi indispensabile. Raccoglie le coorti pretoriane, fino ad allora sparse per la città, in un unico accampamento presso le mura di Roma. Tacito spiega perché: perché tutti ricevano gli ordini insieme, perché i soldati acquistino fiducia e i cittadini timore. Poi si rivolge ai soldati per nome e sceglie di persona centurioni e tribuni. Ai senatori distribuisce cariche e province.
Tiberio, di solito riservato, solo con lui si lascia andare. Davanti al senato e al popolo lo chiama compagno delle sue fatiche e permette di innalzare le sue statue nei teatri, nei fori e negli accampamenti delle legioni (Tacito 4.2).
Nella famiglia dell’imperatore ci sono però persone che non sopportano Seiano. Più rumorosamente di tutti, il figlio dell’imperatore.
Druso, unico figlio di Tiberio, non conosce misura. In una lite alza il pugno contro Seiano e lo colpisce in faccia (Tacito 4.3). Ripete spesso che un estraneo condivide il potere mentre il figlio dell’imperatore è ancora vivo. Tacito scrisse anche che Seiano decise di vendicarsi tramite la moglie di Druso, Livilla, sorella di Germanico. Finse un grande amore, ed ella, secondo Tacito, si lasciò sedurre e coinvolgere in progetti di matrimonio e di potere.
Nel 23 Druso muore. Ufficialmente di malattia. Otto anni dopo, dopo la caduta di Seiano, emerge un’altra versione: che fu avvelenato. Tacito la accoglie e scrive che il veleno lo somministrò l’eunuco Ligdo (4.8). La sua fonte è una lettera di Apicata, ex moglie di Seiano, inviata all’imperatore poco prima della sua morte (Dione 58.11), e poi le deposizioni dei servi strappate con la tortura (Tacito 4.11). Gli studiosi ritengono questa fonte sospetta e non sanno verificare la versione (Fagan).
Tiberio va in senato ancora durante la malattia del figlio e tra la sua morte e il funerale. Quando i senatori piangono, li calma con un discorso. Poi chiede protezione per i figli di Germanico. Ai ragazzi dice: Nerone e Druso, questi senatori sono per voi come padri (Tacito 4.8). Moriranno entrambi in prigionia.
Seiano vede che la morte di Druso non ha incontrato né punizione né il rimpianto del popolo. Decide di distruggere i figli di Germanico. Tre non si possono avvelenare insieme, scrive Tacito, perché li sorvegliano tutori fedeli e Agrippina è irreprensibile (4.12). Sceglie dunque un’altra via. Mette contro Agrippina la vecchia Livia, madre dell’imperatore, e cerca accusatori.
Anno 25. Seiano è al culmine, e Livilla gli ricorda la promessa di matrimonio. Scrive all’imperatore, perché ormai è l’usanza, benché siano entrambi a Roma. Chiede la mano di Livilla. Non pretende onori, assicura che gli basterà la gloria della parentela con Cesare. Che cosa gli risponde Tiberio?
Seiano capisce che per quella via non passerà. Ha ancora una strada traversa. Tacito riassume il suo calcolo: quando l’imperatore abiterà lontano da Roma, l’accesso a lui sarà in mano a Seiano, e le lettere, portate perlopiù da soldati, passeranno per le sue mani. Comincia dunque a lodare la quiete fuori città e a biasimare il frastuono della capitale (4.41).
Agrippina intanto è sempre più sola. Quando l’imperatore va a trovarla durante una malattia, gli chiede di darle un marito. È ancora giovane, e ci saranno cittadini che non disdegneranno la vedova di Germanico. Tiberio capisce che è una richiesta politica ed esce senza rispondere. Questa scena non c’è in nessuno storico. Tacito confessa di averla trovata nelle memorie di Agrippina minore, madre di Nerone.
Poi Seiano, tramite i suoi messaggeri, avverte Agrippina che si prepara del veleno per lei e che deve evitare la tavola del suocero. Lei non sa fingere e al banchetto non tocca nessun cibo. Tiberio se ne accorge. Per metterla alla prova, loda la frutta e con la propria mano le porge una mela. Agrippina la passa ai servi. L’imperatore non dice nulla, sussurra solo alla madre che non si stupisce della severità verso chi lo ritiene un avvelenatore (Tacito 4.54; la scena della mela la conosce anche Svetonio).
Anno 26. Tiberio parte per la Campania con il pretesto di consacrare il tempio di Giove a Capua e il tempio di Augusto a Nola. In realtà, scrive Tacito, aveva deciso di vivere lontano da Roma. La città non la vedrà più da vicino.