La fortezza sulla roccia — Vespasiano: il denaro non puzza
Masada è la fortezza del re Erode su una roccia isolata sopra il Mar Morto, con dirupi così profondi che lo sguardo non ne raggiunge il fondo. La tengono gli insorti guidati da Eleazar ben Yair. Il governatore Flavio Silva circonda la roccia con un muro, perché nessuno fugga. Poi, con la X legione, innalza sulla cresta rocciosa una rampa fino alle mura stesse. L’acqua e il cibo li portano da lontano dei Giudei costretti a farlo.
Quando il muro cede, i difensori scelgono la morte invece della schiavitù. Giuseppe scrive di novecentosessanta morti, comprese donne e bambini. Sopravvissero due donne e cinque bambini, nascosti nei canali sotterranei. Furono loro a raccontare ai Romani che cosa era accaduto. Giuseppe indica il giorno: il quindici del mese di Xanthico, cioè in primavera. L’anno non lo indica, perciò gli storici esitano tra il 73 e il 74.
Giuseppe mette in bocca a Eleazar due lunghi discorsi. Afferma che lo svolgimento e le parole li raccontò ai Romani una delle sopravvissute. I discorsi in quella forma, però, li compose lui: gli storici antichi scrivevano i discorsi per i loro eroi, come ritenevano che questi avrebbero dovuto parlare. In compenso il muro d’assedio, gli otto accampamenti romani e la rampa stanno nel deserto ancora oggi. Gli studiosi che li hanno misurati hanno concluso che nelle questioni principali Giuseppe scriveva il vero. Nel Novecento Masada è diventata un simbolo, e gli storici ancora discutono quanto di quel racconto sia fatto e quanto monumento.
La guerra è finita. È rimasto il conto.