Il denaro non puzza — Vespasiano: il denaro non puzza

La Roma che l’imperatore trova nell’autunno del 70 sembra uscita da una guerra, perché esce da una guerra. Il Campidoglio è un cumulo di rovine, le strade sono piene di macerie degli incendi, e nell’erario non c’è nulla. All’inizio del suo governo Vespasiano dice quanto serve per rimettere in piedi lo Stato: quaranta miliardi di sesterzi. Così riportano i manoscritti di Svetonio. Già nel Cinquecento gli studiosi proponevano la correzione in quattro miliardi. Anche così è una somma da favola.

Svetonio, che ama Vespasiano, scrive con onestà: l’unica cosa che gli si può rimproverare a ragione è l’amore per il denaro. L’imperatore ripristina le imposte abolite da Galba, ne inventa di nuove e a certe province raddoppia i tributi. Compra merci per rivenderle con profitto. Vende le cariche ai candidati e le assoluzioni agli imputati, colpevoli e innocenti. Si diceva perfino che promuovesse apposta i funzionari più avidi, perché si arricchissero, e poi li condannasse e si prendesse tutto. Roma li chiamava le spugne dell’imperatore: le inzuppava asciutte, le strizzava bagnate.

Un vecchio pastore, a cui l’imperatore aveva fatto pagare la libertà, gli gridò in faccia: «La volpe cambia il pelo, ma non il vizio». Il denaro però andava a buoni fini. L’imperatore paga ai maestri di retorica uno stipendio fisso, centomila sesterzi all’anno, primo a Roma a farlo. Agli ex consoli impoveriti dà cinquecentomila all’anno. All’ingegnere che aveva ideato come portare a poco prezzo le pesanti colonne sul Campidoglio dà un ricco compenso, ma la macchina non la usa. «Lasciami nutrire la mia povera plebe», dice. Anche i facchini devono mangiare.

La tassa più famosa riguarda le latrine pubbliche. L’urina la raccoglievano i lavandai per pulire i tessuti. Da allora, come di solito si ritiene, ne pagavano una tassa all’imperatore. Tito si indigna. Il padre gli porge sotto il naso la moneta del primo versamento e gli chiede se puzza. «No», risponde il figlio. «Eppure viene dall’urina». Quando una città gli decreta una costosa statua, l’imperatore tende la mano aperta: il piedistallo c’è già, datemi il denaro.

La ricostruzione del Campidoglio cominciò prima del ritorno dell’imperatore. Il 21 giugno del 70, sotto un cielo senza nubi, il pretore Elvidio Prisco, lo stesso che un anno prima si era opposto a Vitellio, purifica il terreno con un sacrificio, e magistrati, sacerdoti, senatori e popolo trascinano con delle funi una grande pietra angolare. Tacito fece ancora in tempo a descriverlo con affetto: sulle fondamenta si gettavano oro e argento. Quando arriva Vespasiano, è il primo a portare via sulla testa un cesto di macerie. Dietro di lui devono andare i senatori, e dietro a loro il popolo. Fa rifare le tremila tavole di bronzo bruciate con il tempio: decreti del senato e trattati di secoli prima.

Sugli edifici restaurati fa scrivere i nomi dei primi costruttori, non il proprio. Chi non ricostruisce la propria rovina perde il lotto a favore di chiunque voglia costruirvi. Comincia anche a innalzare un grande anfiteatro nel cuore della città. Pare che un tempo fosse questo il piano di Augusto. Che cosa sorgeva prima al suo posto e come fu inaugurato, lo racconterà il prossimo episodio.

Abita poco nel palazzo e molto negli Orti Sallustiani. Le porte del palazzo restano aperte tutto il giorno, senza guardie. Gli amici li riceve perfino prima dell’alba, ancora a letto.

Accanto all’imperatore vive una donna che non gli è permesso sposare. Cenide, liberta e segretaria di Antonia, madre di Claudio. Era stata la sua amante prima che si sposasse. Dopo la morte della moglie tornò da lei e da imperatore la trattava quasi come una legittima consorte. La legge vietava ai senatori di sposare le liberte. Neppure l’imperatore la sposò.

Dione ammira la sua memoria e racconta una storia che nessun altro ha messo per iscritto. Antonia le dettò una volta una lettera segreta a Tiberio su Seiano. Sai come finì quella lettera per Seiano. Poi ordinò di cancellare tutto. Cenide avrebbe risposto: «Invano, signora. Tutto ciò che mi detti lo porto nella mente, e da lì non si può cancellare». Come compagna dell’imperatore faceva commercio di cariche, di sacerdozi e perfino delle sue decisioni. Si sospettava che Vespasiano lasciasse fare volentieri, perché il denaro finiva in un’unica cassa. Morì alcuni anni prima di lui.

L’imperatore ride di sé e lascia ridere gli altri. Quando sospetta che il suo cocchiere si sia fermato a ferrare i muli solo perché un questuante facesse in tempo a raggiungere il cocchio imperiale, chiede quanto gli abbiano pagato e pretende la sua parte. Dione racconta che andò a scusarsi Febo, il liberto di Nerone che una volta gli aveva detto di andare al diavolo. Vespasiano non gli fece nulla. Rispose con le stesse parole. Al filosofo Demetrio, che lo offende nonostante l’esilio, fa riferire: «Fai di tutto perché ti uccida, ma io non uccido un cane che abbaia».

Una sola crepa rovina questo ritratto. Elvidio Prisco, lo stesso che consacrava le fondamenta del Campidoglio, chiama l’imperatore per nome come un privato e non lo nomina in nessun editto. Vespasiano lo manda in esilio, poi lo fa uccidere. Svetonio assicura che subito mandò degli uomini a richiamare gli assassini, e che lo avrebbe salvato, se non fosse stato per la falsa notizia che era ormai troppo tardi.

L’imperatore ha sessantanove anni e un ultimo scherzo in serbo.

Correlati

Luoghi

Personaggi

Impara nell'app