Pareti lucenti — Domiziano: signore e dio
Più si avvicina il tempo predetto, più grande è la paura. Svetonio scrive che l’imperatore fece rivestire le pareti dei portici in cui passeggiava di fengite — una pietra così lucente che vi vedeva riflesso tutto ciò che accadeva alle sue spalle. I prigionieri li interrogava da solo, a quattr’occhi, con le loro catene in mano. Dione aggiunge che li temeva anche in catene.
Diceva che la sorte degli imperatori è infelice: quando scoprono una congiura, nessuno ci crede finché non li hanno uccisi.
Chi scherzava a voce troppo alta, pagava. Elio Lamia, primo marito di Domizia, muore per vecchie battute. Quando qualcuno lodò la sua voce dopo la perdita della moglie, rispose che «si esercita alla continenza». Il cugino dell’imperatore, Flavio Sabino — omonimo dello zio che morì presso il Campidoglio — muore perché l’araldo, il giorno delle elezioni, per errore lo proclamò non console, ma imperatore designato. Per aver lodato gli oppositori di un tempo, Trasea Peto ed Elvidio Prisco, muoiono Aruleno Rustico ed Erennio Senecione, e i filosofi sono banditi da Roma e dall’Italia.
Tacito ricorda quel tempo come la propria vergogna. Era senatore e sedeva nella curia con gli altri quando nel 93 si giudicò Elvidio il Giovane, figlio di quell’oppositore. Nella biografia del suocero scrive: «Le nostre mani trascinarono Elvidio in carcere». Nell’agosto del 93 muore Agricola. Corre voce che sia stato avvelenato. Tacito precisa onestamente che non osa affermare nulla. L’imperatore, che Agricola aveva indicato nel testamento come coerede, pare fosse soddisfatto — come per un omaggio.
Domiziano si occupa anche dei costumi. La superiora delle vestali, Cornelia — probabilmente la stessa che era stata scelta sotto Nerone — la fa condannare secondo l’antico, crudele costume delle vestali. L’imposta sui Giudei la riscuote senza pietà, anche da quelli che vivevano alla giudaica senza ammetterlo in pubblico. Svetonio ricorda di aver assistito da ragazzo, in una sala gremita, al giudizio di un novantenne. Nel 95 l’imperatore fa giustiziare Epafrodito, liberto di Nerone. L’accusa? Di aver aiutato un tempo il suo padrone a morire. Domiziano vuole che i suoi servitori sappiano: il patrono non si può uccidere, nemmeno per una buona ragione.
Il colpo più vicino a sé lo sferra nel 95. Flavio Clemente è cugino dell’imperatore e proprio allora console. Svetonio lo definisce un uomo di «spregevole inerzia». Ma i suoi due figlioletti Domiziano li aveva designati successori e aveva dato loro nuovi nomi: Vespasiano e Domiziano. All’improvviso, per un sospetto futile, quasi alla fine del consolato, Clemente viene messo a morte. Svetonio scrive che proprio con quell’atto l’imperatore affrettò più di tutto la propria rovina.
La moglie di Clemente, Flavia Domitilla, è anch’essa parente dell’imperatore. Dione scrive che entrambi furono accusati di «empietà» — accusa per cui furono condannati in molti «che erano passati ai costumi giudaici». Clemente fu giustiziato, Domitilla esiliata a Ventotene. È la stessa isola in cui Augusto aveva esiliato la figlia Giulia e Tiberio — Agrippina maggiore.
L’amministratore di Domitilla, il liberto Stefano, è accusato di appropriazione indebita. Gli restano pochi giorni.
Correlati
Luoghi
Personaggi
- Gneo Giulio Agricola (visse 40–93 d.C.)
- Agrippina maggiore (visse ca. 14 a.C.–33 d.C.)
- Domiziano (regnò 81–96 d.C.)
- Epafrodito (giustiziato nel 95 d.C.)
- Flavia Domitilla (esiliata nel 95 d.C.)
- Flavio Clemente (console nel 95 d.C.)
- Giulia maggiore (figlia di Augusto, morta nel 14 d.C.)
- Nerone (visse 37–68 d.C.)